I gioielli di Portonovo   
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"L'Hotel Emilia trova la sua collocazione
geografica in un'area di rara bellezza...dove la storia ha lasciato il suo segno

nobilitando, con le sue architetture, tutta l'area del parco del Conero!"

 

Santa Maria in Portonovo

 

 

 

 

 

 

 

Santa Maria in Portonovo

 

Le mura della chiesa di Santa Maria, al di là degli aspetti architettonici, sono rassicuranti. Entrandovi ci si libera di ansia, turbamento, trovandosi a tu per tu con lo spirito religioso medievale fatto pietra. Questa chiesa, col suo adiacente monastero (ora distrutto), era l’unico edificio, di cui si ha notizia, a trovarsi nella zona dei due golfi di Portonovo; per circa 680 anni e stato così poiché la Torre, poco distante, venne costruita solo nel 1716 ed il "giovane" Fortino intorno al 1808. Immaginiamo quindi questo scenario: monte, mare, chiesa, monastero. Niente borgo, niente strade, se non una angusta serpeggiante sul monte, aree paludose nelle vicinanze....un ambiente certo non distante da quello che i Benedettini solitamente prediligevano per la costruzione dei loro edifici monastici. (Papa Alessandro III, nel 1177, decreta addirittura che vi si debba osservare inviolabilmente la regola benedettina). Questo straordinario ordine religioso fu fondato da San Benedetto nel VI° secolo ed aveva stabilito che i suoi monaci avrebbero pregato e lavorato (ora et labora); la scansione di queste due attività e minuziosamente cadenzata nella Regola, insieme di norme che Benedetto raccolse per dare direttive ai suoi monaci. Un passo della Regola stessa ci fornisce forse la spiegazione in merito all’assenza di "firma dell’autore" da mettere in relazione alla costruzione della chiesa: "...se nel monastero vi saranno degli artigiani, esercitino la loro arte con grande umiltà, sempre che lo permetta l’abate...". Non ci stupisca quindi che non ci sia traccia di nome e cognome di chi abbia potuto realizzare le magnifiche forme che nonostante "l’acuto dente del tempo" ci rimangono ancora oggi cosi superbe. Questo rientra certo nell’ottica benedettina. Umiltà, sinonimo di anonimato. Ma il lavoro del benedettino era anche quello duro, durissimo dei campi, delle selve; abbiamo notizie di disboscamenti, di uso di corsi d’acqua per creare difesa a chiese e monasteri e via dicendo. Dobbiamo molto, ancora oggi, a questo ordine, silenzioso custode tra l’altro di biblioteche ed archivi di inestimabile valore storico- artistico, nonché, ovviamente, religioso. Il Cardinale Palazzini, nella presentazione del volume "Santa Maria a piedi Chienti, un monumento medievale marchigiano tra storia e leggenda" di Raffaella Cortese de Bosis, definisce arte benedettina "quel moto di arte che ha avuto il suo centro nell’Italia meridionale e centrale tra il IX e il XII secolo. L’enorme importanza religiosa, politica e sociale che l’ordine benedettino ebbe, specie nel Medioevo, e riflessa su tante e varie manifestazioni contrassegnate da un proprio particolare carattere". Veniamo ora a parlare di questa espressione dell’arte benedettina a Portonovo. La datazione della chiesa e controversa e varia tra l’XI° (Sacconi, Serra, Marinelli e Aurini), la meta del XI°, non anteriore al XII° (Kronig), completamente ricostruita nel XIII° (Costantini). La prima informazione che la riguarda sembra risalire al 1034. "L’anno 1034 di nostra salute un tal Stefano di Germano del quondam Teobaldo Grimaldi dal Poggio, castello della diocesi anconitana e più vicino al detto luogo, fece donazione di 35 misure di terra, chiamato in quel tempo modioli, accioché in quel sito dove al presente si vedono le vestigia di detta abbadia e chiesa ancora in essere, si edificasse un tempio alla Beatissima Vergine Maria: come rogo in detta donazione Michele notaro anconitano, il 7 luglio anno 1034, copia del qual rogito si trova nell’archivio delle scritture del capitolo di S. Ciriaco di Ancona". Questo documento ci viene purtroppo solamente riportato e non ne è certa l’autenticità. L’originale e andato perduto, destino toccato malauguratamente a tanta parte del patrimonio cartaceo (e non solo) del nostro paese.Cito tra i tanti un esempio del "rispetto" verso questi beni che mi sembra eclatante. Si tratta delle sorti dell’archivio di Corridonia, sempre qui nel le Marche. Riporto un brano tratto dal volumetto: "L’Archivio Comunale di Corridonia" di Padre Giacinto Pagani (1959): "L’archivio di Corridonia dormiva i suoi sonni tranquilli in una sala del vecchio palazzo comunale quando, nell’imminenza della visita di Mussolini (1936) fu repentinamente svegliato e fatto sloggiare perché nella sala o nelle sale adibite ad archivio doveva "figurare" una scuola per radiotelegrafisti. I documenti e tutto il materiale furono caricati su carrette ribaltabili e rovesciati nella pubblica piazza, a bracciate...". "...nei registri e nelle cartelle addossati alle pareti dell’acquedotto o a contatto con il pavimento si era creato un principio di putrefazione e dissolvimento...". Per la cronaca, questo archivio, poi riordinato dall’infaticabile padre Pagani, raccoglie pergamene che risalgono al 1152, oltre che conservare la memoria più recente (fine anni 1930) della vita cittadina. Ma torniamo a Portonovo. L’importanza di questo monastero e testimoniata da alcuni privilegi pontifici, (Alessandro III, 1177, Lucio III, 1184, Onorio III, 1222) raggiunta e perduta nell’arco di meno di trecento anni. Infatti intorno al 1320 i monaci lanciano un segnale d’allarme al Vescovo di Ancona, Nicolò degli Ungari: "Il convento frana, ci sono vittime. Dobbiamo trasferirci".Il Vescovo concede il trasferimento, il monastero si svuota; questo momento segna per l’abbazia l’inizio della decadenza. I religiosi lasciano S. Maria di Portonovo per recarsi a San Martino di Ancona. Gli edifici sulla costa esposti come erano alle frane e mareggiate, incursioni ed indifferenza, pur restando a cura del Capitolo del Duomo, fecero presto a dar segni di cedimento, tanto che il monastero crollò del tutto mentre la chiesa resse e regge tutt’ora a mostrare la vittoria sulle forze ostili. Quello che si può apprezzare oggi, nonostante tutte le vicissitudini subite, e ancora tanto. Grazie al serio restauro condotto dal Sacconi nel 1894 e quello del 1988-1996 magistralmente curato dalla Soprintendenza di Ancona, la chiesa ha riacquistato la sua splendida veste di millenario testimone dell’opera dell’uomo nel suo cammino di fede. E per dirlo con parole dello stesso Sacconi, la chiesa e "un vero miracolo di armonia". Struttura basilicale romanico-lombarda a cinque navate di cui le due più estreme, a destra e sinistra dell’altare maggiore, di lunghezza molto ridotta rispetto alle altre. La pianta, variando le dimensioni, e pressoché identica a quella di Cerisy la Foret in Francia. In una pianta pubblicata nel 1929 troviamo un corpo di fabbrica che e oggi scomparso. Quadrata esternamente ed ottagona al suo sviluppo in altezza, si erge la cupola, di ispirazione bizantina. L’ingresso della luce qui consentito dall’alto cambia addirittura la percezione visiva delle dimensioni della chiesa, dando 1’impressione di trovarsi al- 1’interno di un edificio di proporzioni assai maggiori. Una decorazione a mensola, tipo quella a ghiera dentata, e stata apposta attorno ad una circonferenza della cupola. Le reali misure sono complessiva- mente di circa 250 mq, con 26.63 m. di lunghezza e 18.93 di larghezza. La navata centrale e coperta da volta a botte mentre le altre presentano voltature a crociera. Non e stato fortunatamente manomesso il pavimento di cotto rosso e pietra gialla che, contrastando con il bianco della pietra del Conero in un sobrio gioco geometrico, produce un effetto di assai elevata intensità. Il vestibolo e di fabbricazione successiva al corpo di fabbrica originario. A dare luce dalla facciata e stata aperta una finestra quadrangolare, di gusto dubbio, con vetri piombati, come quelli di tutte le altre finestre. L’altare maggiore, in semplice pietra, conserva per le celebrazioni liturgiche, l’orientamento verso l’abside. La pietra d’altare originale, strappata dalla distruzione, fu portata nella Cattedrale di S. Ciriaco di Ancona, dove si trova attualmente ed e auspicabile che in tempi non lontani potrà essere collocata nel luogo originario. A sormontare l’altare si trovava una raffigurazione della Madonna, molto venerata, ritrovata in pessime condizioni da un contadino nel bosco presso la chiesa, ivi gettata chissà da quale furia vandalica, intorno agli anni 1840 presumibilmente. Il devoto contadino, restato anonimo, ha fatto in modo che questa tela venisse restaurata. Può essere ora ammirata nella chiesa di S. Biagio al Poggio di Ancona. Al posto di questa immagine sacra troviamo oggi a S. Maria di Portonovo un dipinto di Gregorio Maltzeff, artista russo cattolico, realizzata dopo il 1933, di ispirazione bizantina: S. Maria Stella del Mare. Il quadro e stato donato dalla famiglia Fumasoni Biondi. Degna di nota, restando in tema di raffigurazioni, è la nicchia aperta nella navatella di destra, di costruzione successiva alla chiesa e appoggiata alla originaria apertura della porta (ora murata) aperta simmetricamente a quella di sinistra. Privata oggi di qualunque immagine, è probabile che questa nicchia, incorniciata di pietra bianca, contenesse l’immagine della Vergine o di un venerato santo, voluto come ex voto, caso non inconsueto sia nelle Marche (S. Maria a pie di Chienti, in prossimità dell’altare superiore) che in tante altre, disseminate nel ricchissimo territorio del nostro splendido paese (S. Maria a Pietra Rossa presso Trevi in Umbria, e tante altre). Menzione meritano i capitelli sia delle colonne delle navate che quelli delle semicolonne pensili. Questi potrebbero essere schematici discendenti della famiglia detta "a foglie d’acqua" alla quale appartengono quelli della cripta della chiesa di S. Eusebio di Pavia. Sui capitelli delle semicolonne pensili appaiono alcuni simboli. Sempre restando all’interno della chiesa, possiamo osservare che le finestre delle due navatelle di sinistra e di destra non sono state aperte al centro dell’abside, ma rispettivamente piu verso sinistra l’una e più verso destra l’altra: questo per consentire il passaggio della luce ed utilizzare questa fonte sfruttandola al massimo. Recandoci all’esterno, direi innanzitutto che l’mmagine che possiamo apprezzare e quella di un sobrio edificio dove simmetria e asimmetria convivono armoniosamente. Questo lo si vede in tanti particolari piccoli e grandi. Tranne la porta principale, le porte aperte a tutt’oggi sono sul lato del mare, mentre sul lato destro è percepibile e solo dall’interno la muratura diversa con architrave in legno che chiude un passaggio. E restando a descrivere il lato verso il mare, in corrispondenza col corpo di fabbrica oggi scomparso, notiamo a sormontare la seconda porta sul fianco, una lunetta che era certamente decorata da bassorilievo o affresco raffigurante la Madonna e Donatore una scritta, purtroppo talmente frammentaria da renderne molto difficile la decifrazione. (MT..IM..EC...RIS ET CALOI...?) Per aggiungere una nota finale, a suggellare l’importanza di questo luogo, sappiamo che S. Gaudenzio vescovo di Ossaro (nell’attuale Croazia) vi ebbe una prima sepoltura e vi visse forse S. Pier Damiani, benedettino anch’egli, figura tra le più imponenti della chiesa dell’XI secolo.

Dice Dante nel Paradiso XXI, (120/ 123):"IN QUEL LOCO FUI IO PIER DAMIANO E PIETRO PECCATOR FUI NELLA CASA DI NOSTRA DONNA SUL LITO ADRIANO." Si riferiva a Portonovo?

 

 

 

[Chiesa di S.Maria di Portonovo] [Torre de Bosis] [Fortino Napoleonico]

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